Chiuderemo queste lezioni col dire brevemente della conjugazione italiana che ci tirerebbe in tutto il campo neo-latino. In italiano non c'è un deperimento assoluto della flessione verbale come della nominale, e nondimeno se si paragona anche il verbo latino all'antico ricchissimo verbo indo-europeo si trova già una povertà relativa.Considerando il verbo latino in relazione col verbo delle lingue neo-latine e specialmente dell'italiano, osserveremo:
1 le forme conservate e le forme perdute
2 Ciò che è stato sostituito alle forme perdute.Le lingue neolatine hanno fatto getto delle forme del più che perfetto, del futuro esatto e dell'imperfetto del soggiuntivo.
L'imperfetto si è mantenuto ma non in tutti i dialetti e in quelli dell'Italia superiore si sostituisce spesso una forma perifrastica. Questa forma perifrastica caratterizza in genere il verbo neo-latino; così per amaveram abbiamo aveva amato e nella bassa latinità si trovano già nel volgare romano queste forme come: habeo cognitum ed altre.
Per il futuro la cui forma latina era sparita era stata pure creata una perifrasi ma è poi avvenuta una concrezione e così pure nel condizionale del soggiuntivo. Quindi leggerò = legere habeo e così per tutte le altre persone.
Niun linguista di buon senso può omai dubitare di questo modo di formazione del futuro. Infatti se si riflette che il toscano per abbiamo fa avemo = aemo =emo ognun vede come leggeremo non può non essere: leggere avemo; e così leggerete, e nell'umbro per esempio per domandare: che avete detto? dirassi: ch'et' detto.
Questa teoria ormai universalmente ricevuta del futuro è confermata da tutti i dialetti. Per esempio c'è un dialetto di Fenestrelle che per ho fa eic: ebbene fa il futuro in eic; il romanesco per hanno fa aco e quindi per leggeranno fa leggeraco. Sono fatti tanto palesi che non lasciano alcun dubbio.
Il sardo poi più fedele al tipo latino ha la forma del verbo habere che premette all'infinito del verbo per fare il futuro.
Queste forme trovansi pure nelle iscrizioni del romano volgare, ed in una citata dal Cittadini si legge: essere habetis (= sarete).
Il simbolo di S. Atanasio ha: resurgere habent.
Così il napoletano che fa aggio per ho, fa pure faraggio per farò.
Insomma il futuro subisce le stesse trasformazioni che il verbo avere, e questa derivazione del futuro fu in certo modo intravista anticamente da Antonio De Nebrija e anche poi dal Castelvetro uomo d'acume critico.
Alcune forme verbali sono state modificate per ragioni di analogia o di differenziamento. Ami p.e. non si spiega con amas; la ragione per cui si ha ami è la necessità di differenziamento con ama III persona e poi c'è di più l'analogia colle altre forma naturali delle altre conjugazioni.
Amiamo è pure foggiato per analogia con abbiamo ed altri che sono regolari.
Nella III persona plurale è notevole l'aggiunta di un o dopo la perdita del t (amant = amano); anche qui abbiamo un effetto d'analogia con le altre conjugazioni dove l'o si aggiunge per principio d'assimilazione: tacciono, leggono ....
Nel sardo domina in modo assai manifesto questo principio d'assimilazione, già che manducabant in quel dialetto diviene mandicabana e così hassi parana, dana, mirana; per servono fa servini.
I dialetti ci presentano qui cose molto notevoli. Il bergamasco per portamo (che sarebbe il riflesso fedele del latino) dice amporta. Il Biondelli disse che la desinenza (am) era stata preposta e il Diez ha accettato questa opinione. Ma essa è del tutto inaccettabile già che sarebbe un fatto unico nelle lingue indo-europee. Questo fatto sottrarrebbe il dialetto bergamasco allo stipite e questo è impossibile. Amporta non è altro che una terza persona impersonale che sta per "uom porta" (come on porte francese) e questo uom essendosi appoggiato alla parola l'a è stato sostituito all'o per un cambiamento che si trova anche nel napoletano dove occiso = acciso.
L'imperfetto più o meno fedelmente riflette il latino e anche qui la II persona termina in i che è divenuto quasi il simbolo della II persona.
Feci riflette perfettamente il latino; legi fa lessi in italiano per analogia con ressi da rexi.
Nel soggiuntivo è rimasta la forma latina; ami, taccia, legga, oda; l'ami è riflesso esatto regolare di amem, es, et, come longe fa lungi; demane = dimani. In amassemus c'è in italiano trasposizione d'accento: amàssimo. Così molti dialetti all'imperfetto fanno amàvamo.
Se il tempo non stringesse molte cose sarebero a dirsi sul verbo sostantivo e questo si presterebbe ad una bella monografia.
Nell'imperfetto del congiuntivo si ha l'infinito del verbo e il perfetto del verbo avere. Ebbi è divenuto ei; avesti è divenuto esti; avemmo è divenuto emmo; aveste è este; leggerei = leggere ebbi (= ei); leggeresti = leggere avresti (= esti) ecc.... Nelle forme come farìa = fare avea (= avia = ia) entra l'imperfetto di avere.
Fine